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AVVENTURA DI UN SOMMERGIBILISTA ITALIANO NEL PACIFICO

di Alberto Rosselli

L’incredibile storia di Raffaello Sanzio, il marinaio barese imbarcato sul sommergibile Cappellini che dopo l’8 settembre 1943 decise di continuare a combattere prima a fianco dei tedeschi e poi, dopo l’8 maggio del ’45, a fianco dei giapponesi.

La storia di Raffaello Sanzio, marinaio che dall’estate del 1940 all’estate del 1943, trovò imbarco a bordo di diversi sommergibili italiani (prestò servizio sul Bagnolini e sul Torelli) di base a Bordeaux (Betasom), ha dell’incredibile. Partito nel luglio del ’43 a bordo del Cappellini e diretto in Estremo Oriente a Penang, questo marinaio pugliese - a quel tempo poco più che ventenne - pensava sicuramente di intraprendere una lunga e difficile missione (il Cappellini doveva trasferire a Singapore diverse decine di tonnellate di materiali bellici, chinino e mercurio destinati all’alleato nipponico e al suo ritorno - se tutto fosse andato per il verso giusto - avrebbe dovuto portare indietro, a Bordeaux, un certo quantitativo di gomma, stagno e metalli rari destinati all’industria bellica italo-tedesca), ma non gli passava certo per la mente di finire a combattere sotto una bandiera diversa da quella italiana.


12 luglio, 1943: il Cappellini nello Stretto di Malacca .


Giunto in settembre, assieme al Giuliani e al Torelli (anch’essi impiegati in un’analoga e quasi contemporanea missione) nel porto di Singapore, il Cappellini fece appena a tempo a sbarcare il suo carico. Pochi giorni dopo, infatti, gli eventi causati dall’armistizio italiano misero in serie difficoltà l’equipaggio del sommergibile, che venne fatto prigioniero dai giapponesi. Tuttavia, dopo alcune settimane di dura segregazione, disobbedendo alle indicazioni degli ufficiali, la quasi totalità dell’equipaggio (analogamente agli uomini del Giuliani e del Torelli) decise di continuare a combattere a fianco degli ex-alleati tedeschi e giapponesi, aderendo di fatto alla Repubblica Sociale Italiana.


Raffaello Sanzio nel 1944 in uniforme della Kriegsmarine .


Per molti anni, per motivi politici e ideologici, la storia di quei numerosi marinai dislocati (o meglio, abbandonati) in Estremo Oriente che rifiutarono di seguire le indicazioni del governo Badoglio, è stata posta nel comodo dimenticatoio della reticenza per non creare turbamenti. Il primo, e forse l’unico, a parlare apertamente di questo fatto fu il giornalista e storico Arrigo Petacco che nel 1986, a Yokohama, ebbe modo di intervistare il marinaio Raffaello Sanzio, allora sessantaseienne, e farsi raccontare da un protagonista l’intera vicenda. La sorte dei marinai, che come Sanzio, prima combatterono a bordo dei loro sommergibili (sequestrati in un primo momento dalle forze germaniche di base a Singapore e a Penang) a fianco degli equipaggi della Kriegsmarine e poi a fianco di quelli della marina giapponese, fu molto ingrata. Come ebbe modo di raccontare lo stesso Sanzio, dopo la resa del Giappone (1° settembre 1945) i pochi marinai italiani superstiti vennero imprigionati dagli americani e trattati come veri e propri traditori. Dal canto suo, la neonata Marina della Repubblica Italiana emise un provvedimento nei confronti di questi valorosi superstiti - colpevoli soltanto di avere voluto difendere l’onore della Patria - privandoli del grado e della pensione. Un fatto triste e grave al tempo stesso.


Raffaello Sanzio durante l'intervista con Arrigo Petacco .


Offeso e mortificato da quel provvedimento, il giovane Raffaello Sanzio, che oggi - ad 83 anni suonati - vive a Yokohama, decise di non fare più ritorno in Italia. Prese moglie in Giappone e lì decise di stabilirsi per il resto della sua vita. “Non è giusto essere trattati in questo modo. Io, insieme ai miei compagni, ho fatto soltanto il mio dovere. E anche bene. Pensate che con il Cappellini (condotto da un equipaggio misto italo-giapponese) abbiamo combattuto nel Pacifico contro forze preponderanti. E per la cronaca posso affermare che furono proprio le mitragliere Breda da 13,2 del mio sommergibile ad abbattere, il 22 agosto 1945, l’ultimo bimotore da bombardamento Usa. Accadde a Kobe, e siamo stati noi italiani a tirarlo giù”. Quando gli è stato chiesto se provava nostalgia per l’Italia, Sanzio ha risposto: “Lassù quelli mi hanno condannato senza pietà. Mi hanno tolto i gradi. Dicono che ho tradito, ma non hanno mai avuto il coraggio di dirmelo guardandomi negli occhi. No, ho fatto soltanto il mio dovere, ma non mi sento più italiano, tanto da avere voluto cambiare il mio stesso cognome”. Oggi, l’anziano marinaio si chiama infatti Raffaello Kobayashi, dal cognome della moglie.

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