English | Italiano Regia Marina Italiana

La base italiana dei sommergibili a Bordeaux.

di Cristiano D'Adamo

Il 22 maggio 1939, il Regno d’Italia ed il Reich tedesco firmarono il Patto d’Acciaio, un patto che avrebbe unito il futuro delle due nazioni. Dopo la firma del patto e quale parte delle negoziazioni , il comando navale italiano fu invitato a visitare i colleghi tedeschi in Friedrichshaffen, visita che avvenne il 20 e 21 giugno successivo.

Questa alleanza era particolarmente strana e può essere interpretata come il risultato di un inusuale capovolgimento del sistema geopolitico europeo dopo la conclusione della Grande Guerra. Come fu dimostrato dai primi mesi di cobelligeranza, l’alleanza tra le due nazioni era di natura principalmente politica e commerciale, mentre la collaborazione militare era minima. La supremazia politica e economica della Germania avrebbe inevitabilmente influito sulla condotta militare italiana e quindi il governo italiano era ben deciso a mantenere una rotta parallela all’alleato germanico, ma evitando la collaborazione militare diretta. I due alleati non erano pari; la Germania aveva un apparato industriale impressionante il quale, anche durante la guerra, fu capace di aumentare la produttività, mentre l’Italia, un paese in gran parte agricolo, aveva una discreta capacità industriale che era però limitata da gelosie e rivalità fra i grandi gruppi industriali e, soprattutto, da una mancanza cronica di materie prime.

Le riunioni di Friedrichshaffen non generarono molta attività; la Germania evitò di trasferire tecnologia radar al nuovo alleato mentre l’Italia si limitò a vendere dei siluri termici particolarmente avanzati all’alleato tedesco che a sua volta, non molto tempo dopo, finirà per vendere dei modernissimi siluri elettrici all’Italia cosi come della nuova tecnologia. Durante queste riunioni, l’amm. Cavagnari promise ai tedeschi che i sommergibili italiani avrebbero effettuato attività sommergibilistica in Atlantico, passo questo molto audace dato che la Regia Marina era stata concepita principalmente per operare in Mediterraneo, ma l’Italia aveva già costruito dei sommergibili di elevato dislocamento capaci di attraversare lo Stretto di Gibilterra e raggiungere l’Atlantico per lunghe missioni. Durante le discussioni del ’39, i vari addetti militari erano ancora influenzati dagli strepitosi successi degli U-boot durante la Grande Guerra, mentre l’attività italiana si era limitata solamente al Mediterraneo e particolarmente all’Adriatico. L’espansione dell’attività italiana in Atlantico e nell’oceano Indiano erano passi importanti.

Con la precedente espansione dell’A.O.I., malgrado la mancanza di approdi adeguati, ci si sarebbe potuti aspettare una presenza italiana più incisiva nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano, ma a causa di cattiva programmazione, materiale non all’altezza e mancanza di rifornimenti, la paura inglese di una presenza terrorizzante italiana non si materializzò mai. Più tardi, i battelli italiani sarebbero ritornati in oceano Indiano, ma questa volta partendo dalle coste atlantiche della Francia.

In Atlantico, e specialmente nel ’39, nessuno sperava nella disponibilità di approdi, malgrado il supporto Spagnolo fosse stato particolarmente ricercato. I sommergibili italiani e tedeschi dovevano salpare dai loro porti nazionali e quindi erano costretti a lunghi trasferimenti, che lasciavano poco tempo alla missione vera e propria. Gli italiani dovevano fronteggiare lo Stretto di Gibilterra e la presenza della Royal Navy che, malgrado la buona predisposizione spagnola, dava ai britannici un controllo dominante dello stretto passaggio. Nonostante ciò, i battelli italiani furono in grado di attraversare lo stretto numerose volte senza nessun incidente di rilievo.

Con l’inaspettata caduta della Francia, i tedeschi ebbero immediato accesso ai vari porti atlantici francesi. Malgrado gli U-boot fossero particolarmente pochi, i loro vantaggi tecnici erano enormi e la Germania cominciò immediatamente un piano di costruzioni massiccio che in poco tempo portò la flotta sottomarina tedesca a superare quella italiana, al tempo la seconda più grande del mondo. In conformità con gli accordi raggiunti nel ’39, immediatamente dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il comando navale tedesco richiese la presenza italiana in Atlantico. Come dagli accordi, la Regia Marina avrebbe perlustrato la zona a sud di Lisbona, mentre i tedeschi avrebbe controllato quella a nord della capitale portoghese. Questa divisione territoriale avrebbe evitato complicati coordinamenti tra le due marine ed avrebbe avvantaggiato i battelli italiani in termini di condizioni climatiche.

Una missione militare italiana visitò vari porti francesi lungo la costa atlantica e, dopo facili negoziazioni con l’alleato tedesco, la scelta cadde sul porto fluviale di Bordeaux. Questa era certamente una scelta particolare, ma si dimostrò eccellente. Bordeaux è a circa 50 miglia dal golfo di Biscaglia cui è collegata dal fiume Gironda. Lo stesso fiume è collegato al Mediterraneo attraverso un sistema di chiuse e canali. Bordeaux aveva buoni moli, bacini di carenaggio, officine e magazzini e tutte queste infrastrutture, malgrado fossero in stato di abbandono, erano facili da ripristinare.

Come tutte le basi militari italiane, Bordeaux necessitava di un indirizzo telegrafico. Il telegrafo era al tempo il mezzo di comunicazione più comune. Il nominativo prescelto fu semplice, B per Bordeaux e SOM quale abbreviazione di sommergibile. In linguaggio militaresco la B era detta “Beta”, e quindi il nominativo diventò BETASOM. Questo nome entrerà nei libri di storia quale una delle pagine meno conosciute della guerra sottomarina, ma certamente una di grande importanza. Tutte le comunicazioni da BETASOM erano smistate attraverso Parigi o Berlino; non c’era una linea diretta con l’Italia e per questo il comando militare installò delle radio a bordo del transatlantico De Grasse.

La base sottomarini occupava un bacino a livello costante collegato alla Garonna a mezzo di una chiusa a due battenti. Il bacino includeva due bacini di carenaggio, uno per i battelli oceanici ed uno capace di ospitare due dei battelli più piccoli. A destra della stazione di pompaggio delle chiuse vi era una mensa e l’alloggio per le truppe del battaglione San Marco. Subito dopo la mensa c’erano i due bacini di carenaggio ed a ridosso i magazzini e le officine. Il bacino a livello costante era a forma di T.

La base fu ufficialmente inaugurata il 30 agosto del 1940 con l’arrivo dell’amm. Parona. Parte del comando includeva il Capo di Stato Maggiore, c.f. Aldo Cocchia, il comandante della base, c.f. Teodorico Capone, il capo servizio telecomunicazioni, c.c. Bruno de Moratti, il capo operazioni c.c. Ugo Giudice ed vari altri ufficiali. I tedeschi assegnarono agli italiani due navi passeggeri, il transatlantico francese De Grasse di 18.435 tonnellate ed, in ottobre, il piroscafo tedesco Usaramo di 7.775 tonnellate.

Il De Grasse, oltre alla stazione radio, ospitava una infermeria militare, mentre i casi più gravi venivano mandati agli ospedali francesi. Il De Grasse era ormeggiato a poche centinaia di metri dalla stazione marittima la quale era a poca distanza dal bacino. Il grande edificio in cemento armato della stazione marittima fu trasformato in alloggi, mentre altri edifici furono utilizzati per uffici, magazzini ed altri usi. La zona era circondata da una recinzione ed era protetta internamente da 225 soldati del battaglione San Marco ed esternamente dai tedeschi. In aggiunta, i tedeschi avevano installato sei batterie antiaeree da 88 mm e 45 mitragliere da 20 mm ed offrivano il servizio antiaereo e la scorta navale lungo la Gironde e nel golfo di Biscaglia.

Il porto era in grado di ospitare 30 sommergibili e ciascun ormeggio era stato equipaggiato con tubature dell’acqua, aria compressa ed elettricità. L’energia elettrica era assicurata da generatori appositamente portati dall’Italia e dalla rete locale. Le officine non avevano i macchinari necessari per i lavori di precisione a bordo di sommergibili; vario macchinario fu importato dall’Italia così come 70 operai specializzati. Più tardi, la base cominciò ad impiegare manovalanza francese, ma mai a bordo dei battelli. Quantunque ci fosse il timore di atti di sabotaggio, le relazioni con gli operai francesi furono sempre cordiali e malgrado le condizioni di vita miserabili e l’occupazione tedesca, la base non vide nessun atto di violenza o sabotaggio.

Dato che, come menzionato in precedenza, la base di Bordeaux era abbastanza lontana dal mare, il comando italiano organizzò una base sussidiaria nel porticciolo di La Pallice, a poca distanza da La Rochelle sul golfo di Biscaglia a circa cinquanta miglia a nord dell’estuario della Gironda. La base era attrezzata con un bacino di carenaggio ed alloggi temporanei per tre equipaggi, ed era utilizzata solamente per piccole riparazioni e calibrazioni. Dato che il porto di Bordeaux è fluviale, i sommergibili non potevano fare prove d’immersione e quindi le prove dovevano essere fatte nel golfo di Biscaglia a più di 50 miglia. Nel caso di piccole riparazioni, i battelli sarebbero dovuti rientrare a Bordeaux, invece La Pallice offriva l’opportunità di guadagnare tempo. In aggiunta, la base era utilizzata spesso quale ultima sosta prima della partenza e prima del rientro.

Le 50 miglia dal mare a Bordeaux erano pericolose ed i battelli imbarcavano sempre un pilota locale che li guidava con sicurezza. Dato che la Gironda è soggetta ad una notevole marea, l’accesso al bacino era consentito soltanto durante l’alta marea, quindi due volte al giorno. Inoltre, la navigazione fluviale era maggiormente sicura durante l’alta marea, anche se il canale navigabile era ben marcato ed il pescaggio dei sommergibili molto limitato. L’escursione della marea raggiungeva facilmente i sei metri.

Dopo l’istituzione della base, vari porti francesi furono oggetto di bombardamenti aerei da parte degli inglesi. Il 16 e 17 ottobre fu la volta di Bordeaux. L’amm. Parona decise di decentrare il personale della base (più di 1.600 uomini). Questa decisione fu confermata da un ulteriore bombardamento che ebbe luogo l’8 e 9 dicembre Questa volta oltre 40 apparecchi sganciarono numerose bombe e mine. I danni alla base furono minimi; il De Grasse fu colpito da schegge, ma l’Usaramo fu affondato.

Vari servizi essenziali furono dispersi in un raggio di circa 15 chilometri. La nave Jaqueline, usata per lo stivaggio di munizioni, fu ancorata lontano dalla base mentre i siluri furono trasferiti a Perroton. Il De Grasse fu sgombrato ed ormeggiato lontano dalla base mentre il comando fu trasferito a villa Moulin d’Ormon. Gli ufficiali vennero alloggiati nei castelli di Robat e Tauzien e gli equipaggi nel collegio di Gradignan.

La base rimase attiva fino all’8 settembre del ‘43 quando, dopo l’armistizio, fu occupata dai tedeschi. Parte del personale italiano decise di continuare a combattere a fianco dei tedeschi, ma il comando italiano non fu mai ripristinato. Va notato che mentre i tedeschi costruirono dei bunker per proteggere i loro battelli, i sommergibili italiani furono sempre all’aperto ed esposti agli attacchi aerei, ma malgrado ciò non un solo battello fu perso in porto o sulla Gironde a causa di bombardamenti.

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