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Comandante Romano

di Cristiano D'Adamo


Gentile sig. Romano, la ringraziamo per averci concesso l'opportunità di intervistarla. Come le abbiamo detto in precedenza, siamo interessati al periodo 1940 - 1943.

Prima di rispondere alle sue domande, desidero fare una premessa.

So che lei cura con molta diligenza ed andando molto in profondità gli eventi della “Regia Marina” durante la Seconda Guerra Mondiale nel periodo 1940 - 1943. Mi permetto di ricordarle che per la “Regia Marina” la guerra non si è conclusa con l’8 settembre del ’43 ma è continuata fino al 25 aprile del 1945 e, per alcuni di noi, fino ad oltre il 1946, quando non eravamo più “Regia” ma continuavamo una nostra piccola guerra disinfestando i mari italiani da mine di ogni tipo per riaprirli alla libera navigazione.

Quest’ultima non fu una guerra di massa, ma le assicuro che, date le insidie delle armi subacquee disseminate e le caratteristiche delle apparecchiature impiegate per neutralizzarle, fu guerra anch’essa e ci venne riconosciuta come tale a tutti gli effetti.
Si ricorda dove era il giorno della dichiarazione di guerra (10 giugno, 1940)?

Ricordo perfettamente cosa mi accadde il 10 giugno 1940.

Ero a Roma e frequentavo il 2° Liceo Classico al Mamiani. Ero Avanguardista Moschettiere, anzi “Cadetto”, cioè avevo il grado più elevato raggiungibile da un Avanguardista. Ciò comportava alcune modeste responsabilità quali, ad esempio, quella di inquadrare, in caso di “Adunata Generale”, il maggior numero possibile di Avanguardisti e raggiungere di corsa Piazza Venezia. Sottolineo: a piedi e di corsa. Per chi conosce Roma, fare di corsa da Piazza Mazzini a Piazza Venezia non è una passeggiatina!

Nasce spontanea la domanda: Cosa erano le “Adunate Generali” ?

Al prolungato ululato delle sirene, bisognava interrompere qualsiasi attività, indossare la divisa e correre a Piazza Venezia per ascoltare la parola del Duce (allora non si chiamava per cognome, ma Duce, con la “D” maiuscola). Di “Adunate Generali” non ce ne furono molte. Che io ricordi, tre o quattro, anzi quattro: in occasione dell’applicazione delle Sanzioni all’Italia (18 novembre 1935, se non erro), in occasione della conquista di Addis Abeba (5 maggio 1936), della proclamazione dell’Impero (9 maggio 1936) e dell’inizio della guerra (10 giugno 1940).

In tutte e quattro le adunate generali io ero presente e sempre “piazzato” quasi sotto il fatidico balcone perché il percorso lo facevo veramente di corsa ed arrivavo sul posto dell’Adunata prima che la Piazza fosse gremita dalla “marea oceanica” di camicie nere come si vede nella documentazione fotografica dell’epoca.
Piazza Venezia - Adunata del 10 giugno 1940.
Sulla sinistra il palazzo delle Assicurazioni Generali, mentre il famoso balcone è sul lato opposto.

Quella del pomeriggio del 10 giugno ‘40 fu l’ultima volta che udimmo le sirene in tempo di pace! Già nella notte tra il 10 e l’11 suonarono come allarme aereo. Aerei francesi ci inondarono di manifestini (che l’indomani mattina erano “miracolosamente” scomparsi) e ci piovve addosso, almeno nella zona di Piazza Mazzini, dove abitavo, una fitta pioggia di schegge di granate della nostra contraerea.

Questo il mio 10 giugno 1940.

Un recente film italiano, da poco disponibile negli Stati Uniti, descrive il giorno quale un momento di euforia collettiva. Crede che questa definizione sia esagerata?

Non ho visto il film di cui lei mi parla, perciò non posso valutare il livello di euforia descritto nel film. Una cosa è certa: l’euforia collettiva esistente a Piazza Venezia la sera del 10 giugno ’40 è abbondantemente documentata. Ma non può fare testo.

A Piazza Venezia c’eravamo, in gran parte, noi giovanissimi delle scuole, i Giovani Fascisti, cioè i giovani che avevano superato i 18 anni, gli Universitari (G.U.F.), gli attivisti dei Gruppi Rionali Fascisti ed un grandissimo numero di Militi e Camicie Nere, delle più disparate estrazioni sociali, ma tutti abbastanza giovani e, ovviamente, eccitati al pensiero della guerra contro le “odiate plutocrazie” che si sarebbe inevitabilmente conclusa con la nostra vittoria finale come la guerra d’Africa e quella di Spagna. “Una sola è la parola d’ordine: Vincere … e vinceremo!”.

Ma fuori della Piazza erano in tanti a scuotere la testa con fortissimi dubbi su quanto ci avrebbe riservato il futuro. Le più dubbiose erano le persone che avevano vissuto le vicende della Prima Guerra Mondiale. Le riflessioni andavano dai sacrifici ai quali saremmo stati chiamati, ai lutti che avremmo subito, alle distruzioni, alla coscienza di non essere pronti per affrontare una guerra anche se, penso, nessuno in quel giorno – perché lei mi sta chiedendo notizie sull’euforia collettiva del 10 giugno – avesse un’idea di ciò che poi sarebbe effettivamente accaduto.
Prima pagina del Popolo d'Italia dell'11 giugno 1940

Le vittorie in Abissinia ed in Spagna e quelle della Germania di Hitler, esaltate al massimo dalla propaganda fascista, ci avevano inebriato ed inorgoglito e l’idea di “spezzare le reni” al nemico ci rendeva particolarmente euforici. Ma già nella notte tra il 10 e l’11 giugno, la presenza di aerei “nemici” sul cielo di Roma smorzò molti entusiasmi che, però, non si spensero del tutto e furono numerose le domande di richiamo volontario alle armi o di volontario trasferimento in zona d’operazioni. Numerose “classi” di ogni arma furono richiamate obbligatoriamente o trattenute sotto le armi e gli italiani, euforici o meno, risposero all’appello, fecero il loro dovere, affrontarono sacrifici molto più pesanti di quanti non ne avessero inizialmente previsti, insomma ce la misero tutta. E se le cose andarono come sono andate, ora sappiamo di chi fu la responsabilità.

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