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Gaudo e Matapan

di Marc De Angelis


Matapan. Esprimendo eloquentemente come per gli Italiani quell’episodio costituì la più grande sconfitta navale nella storia della Regia Marina, Gianni Rocca, nel suo Fucilate gli Ammiragli, chiamò l’episodio la “Caporetto del mare”. Le proporzioni del disastro ammontarono a più di 2300 morti, oltre ottocento prigionieri, una corazzata danneggiata, tre incrociatori pesanti e due cacciatorpediniere affondati; il tutto con nulla all’attivo: nemmeno Taranto era costata tanto. Per arrivare all’inaspettato incontro notturno ci vollero ritardi, omissioni, apprezzamenti sbagliati e anomalie, molti di entità’ relativamente piccola, ma che, sommati al caso, ebbero un effetto devastante. È logico dunque domandarsi se la sconfitta fosse stata evitabile qualora soltanto una o due delle tante cose che andarono storte fossero invece andate per il giusto verso.


R.N. Vittorio Veneto.

È proprio nel cercare di rispondere a questo interrogativo che emerge l’aspetto paradossale di Matapan. Quando ci si sofferma solamente sugli eventi del 28 e 29 Marzo 1941, infatti, generalmente si arriva alla conclusione che la tragedia si poteva senz’altro evitare, o almeno ridurre di gran lunga nella sua gravità. Usando una prospettiva più ampia, invece, è quasi impossibile non vedere come i suoi presupposti erano già’ stati stabiliti sia nei giorni immediatamente precedenti l’operazione, sia, e soprattutto, molti anni prima. Mettendo il paradosso in parole più esplicite, se da una parte gli errori tattici e di valutazione commessi durante lo svolgimento dell’operazione erano evitabili, la sua concezione, e più in generale gli errori dottrinari e di impostazione della Regia Marina avevano già da tempo e irreversibilmente viziato l’efficienza della flotta come strumento militare, spianando la strada alla sconfitta. Da questo punto di vista, dunque, la lezione che Matapan insegna è di attualità oggi quanto lo fu nel 1941: una Marina basata sui criteri d’impiego di ieri non può vincere oggi.

Nella prefazione del volume: Matapan: Two Fleets Surprised di Roskill, l’Ammiraglio Cunningham, che a Matapan era alla guida della squadra da battaglia britannica, così si espresse sugli Italiani:

Laddove le loro tecniche di combattimento erano irrimediabilmente arretrate -all’incirca equivalenti alle nostre durante la prima Guerra Mondiale- le loro gesta individuali furnono, in alcuni casi, molto valorose.

Nel suo stile stringato e senza fronzoli, l’Ammiraglio britannico metteva il punto sul problema fondamentale del suo avversario. Non c’è dubbio che agli Italiani mancarono tanti elementi che avrebbero potuto rendere più efficace la loro Marina: l’aviazione imbarcata, il radar, il sonar attivo, le cariche a vampe ridotte, una scorta sufficiente di carburante e materie prime, e via discorrendo. Ma dall’altra, fattore assai più importante, mancarono le idee. Più precisamente, mancarono la volontà, il coraggio, e in qualche caso i mezzi, per metterle in atto.

Che non si fraintenda: uomini intelligenti e lungimiranti ce n’erano, ma vennero ascoltati troppo di rado, e spesso da un orecchio solo. Si pensi che nell’Italia degli anni trenta un rudimentale sonar attivo era stato già realizzato, che il principio sul quale il radar operasse era senz’altro conosciuto, e che quasi tutti gli ufficiali erano d’accordo sulla necessità delle portaerei. I presupposti per colmare almeno in parte il divario tecnologico esistente fra la Regia Marina e la Royal Navy, dunque, c’erano. Eppure non solo si continuò a costruire navi di discutibile utilità, ma si volle anche preferire prestazioni che all’atto pratico si rivelarono irrilevanti a quelle che avrebbero potuto veramente influire sull’efficacia delle unità. Così, per esempio, alla velocità si sacrificò la protezione degli scafi e alla gittata delle artiglierie si sacrificò la rapidità del tiro, scelte evidentemente guidate da una visione ristretta e antiquata di navi impiegate da sole contro altre navi anziché integrate con l’arma aerea. Eppure in Italia la possibilità di usare velivoli in ruolo silurante era stata considerata già negli anni venti! Il progetto finì in un cassetto perché nessuno seppe vedere al di là degli ostacoli tecnologici che avrebbero dovuto essere superati per far sì che dall’idea si potesse trarre risultati concreti. Con poche eccezioni, la più notevole delle quali furono i mezzi d’assalto, la stessa sorte toccò a tante altre potenziali innovazioni che necessitavano di ulteriore sviluppo per dare frutti.

Da Zara, nel suo Pelle d’Ammiraglio racconta con evidente frustrazione come, secondo lui, la Regia Marina avrebbe ottenuto di più cercando di essere la più forte delle Marine minori invece della più debole di quelle maggiori. In altre parole, l’Ammiraglio padovano riteneva di scarsa utilità il cercare di competere sul piano delle grandi unità contro nazioni che surclassavano il potenziale industriale italiano. Meglio, quindi, impiegare le risorse a disposizione nello sviluppo di tattiche e armi nuove e redditizie piuttosto che seguire i canoni classici senza speranza di poter produrre di più e di meglio dei probabili avversari. Eppure fu proprio quella la strada intrapresa dalla Regia Marina, che indirizzò il suo programma di costruzioni seguendo il dubbio criterio della parità navale colla Francia. Giunta quindi “l’ora delle decisioni irrevocabili”, una flotta concepita per combattere una piccola Jutland mediterranea, stile 1916, si trovò invece invischiata in una protratta e logorante battaglia di convogli, per la quale non era nè addestrata nè equipaggiata.

È con questa ottica che va riesaminata Matapan perchè quelli elencati nei paragrafi precedenti furono i fattori che, seppure non influenzandone direttamente l’esito, ne crearono tutti i presupposti. Comprensibilmente, coloro che per primi scrissero sull’argomento concentrarono la loro attenzione sulle cause più prossime della sconfitta. Successivamente, effetti contingenti la cui esistenza si conobbe solo in un secondo tempo vennero via via sopravvalutati prima e ridimensionati poi. Accadde col radar poco dopo la battaglia. Col decrittaggio dei messaggi in codice negli anni settanta. Con le prove raccolte da Mattesini ne Il Giallo di Matapan, Revisione di Giudizi, che smentisce o comunque pone in luce diversa molti degli scritti di Iachino e Fioravanzo, negli anni ottanta. Le tante tessere del mosaico di Matapan offrono infinite tentazioni di perdersi nei dettagli, e analizzare tutti questi dettagli, sebbene interessante, sarebbe impossibile: meglio osservare il quadro d’assieme più da lontano.

Ridotta ai minimi termini, la storia di Matapan è semplicemente la storia di sei navi che, ignare della prossimità della squadra da battaglia avversaria, navigarono incontro al loro destino nelle tenebre di una notte di Marzo. La presenza di quei bastimenti nelle acque a Sud della Grecia fu il risultato di una decisione errata: quasi certamente la più grave, ma senz’altro non l’unica presa nel corso di un’ambiziosa operazione intrapresa dalla flotta italiana. Come vedremo, era un’operazione tarata non solo da deficienze di preparazione, ma anche dal fatto che, a distanza di poche ore dal suo inizio, alcuni suoi presupposti erano in dubbio e i suoi obiettivi erano venuti a mancare.


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