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9 settembre, 1943

di Francesco Cestra

Il 9 settembre 1943, giorno successivo alla proclamazione dell’armistizio, nelle acque del Golfo dell’Asinara, la Forza Navale da Battaglia, al comando dell’Amm. Carlo Bergamini, veniva attaccata da formazioni di bombardieri tedeschi. Nel corso dell’operazione fu colpita e affondata la Corazzata ROMA. Perirono tutto lo Stato Maggiore e una grande quantità di Graduati e Marinai, in tutto 1.253 Uomini.

Ma come andarono i fatti? Come mai la più moderna e più potente delle nostre Corazzate fu affondata da una sola bomba? Come mai persero la Vita così tanti Uomini?

3 settembre 1943. Il Gen. Castellano, a nome del Maresciallo Badoglio ed il Gen. Bedeli Smith, in nome del Gen. Eisenhower, firmano segretamente a Cassibile (Sicilia) il così detto «armistizio breve» (Short Military Armistice). Il documento si compone di 13 clausole e prevede alla n. 4 il «trasferimento immediato della flotta italiana e degli aerei italiani in quei luoghi che potranno essere designati dal Comando alleato coi particolari sul loro disarmo, che saranno da questo fissati». L'Amm. Raffaele de Courten, Ministro e Capo di Stato Maggiore della Marina, con i Capi responsabili delle altre Forze Armate, è convocato da Badoglio, che li informa che «sono in corso trattative per concludere un armistizio con gli angloamericani», ma che la notizia deve essere tenuta assolutamente segreta.

5 settembre 1943. Il Capo di S.M. Generale Ambrosio accenna a de Courten che la conclusione dell'armistizio e la sua dichiarazione è prevista fra il 10 ed il 15 settembre, probabilmente il 12 o il 13 e che con ogni probabilità la flotta dovrà dislocarsi a La Maddalena, dove è possibile che il Re voglia recarsi con la famiglia reale ed una parte del Governo.

6 settembre 1943. De Courten riceve conferma da Ambrosio che tale intenzione sarà portata a termine nel caso la situazione renda precario il funzionamento del Governo a Roma e che i Capi militari lo seguiranno. In conseguenza Supermarina ordina che i 2 cc.tt. Vivaldi e Da Noli si trovino a Civitavecchia all'alba del 9 settembre, pronti a muovere in 2 ore; 2 corvette si trovino pronte a Gaeta; 2 motosiluranti veloci si trovino pronte a Fiumicino (foce del Tevere). De Courten convoca a Roma per il mattino del 7 gli ammiragli direttamente dipendenti da Supermarina. De Courten, che non sa ancora che l'armistizio è stato firmato il 3 settembre.

Si ha sentore sempre più evidente di un'offensiva angloamericana contro le coste dell'Italia Meridionale. Vengono dislocati 22 sommergibili lungo le possibili rotte di avvicinamento dei convogli e vengono messe in stato d'allarme le flottiglie MAS.

7 settembre 1943. De Courten convoca una riunione presso il Ministero, presenti i vari Capi di Stato Maggiore, tra cui l’Amm. Carlo Bergamini. Nella riunione non ritiene opportuno dare ai presenti notizie in merito alle trattative in corso per l'armistizio perché ricevute sotto il vincolo del segreto. Stabilisce con loro il segnale convenzionale che sarà usato in caso di ordine di autoaffondamento.

8 settembre 1943. Giunta conferma dell'inizio dello sbarco angloamericano a Salerno, de Courten dà ordine al Comandante FF.NN. da Battaglia, Amm. Carlo Bergamini che nel frattempo era ritornato a bordo della ROMA, a La Spezia di accendere le caldaie e tenersi pronto a muovere per le ore 14 per previsto intervento offensivo per mattino giorno successivo e dispone perché siano presi accordi con l'Aeronautica italiana e tedesca.

De Courten va dal Capo di S.M. Generale Ambrosio il quale gli comunica che gli angloamericani hanno respinto la proposta di concentrare la flotta a La Maddalena, consentendo di lasciare a disposizione del Re 1 incrociatore e 4 cc.tt. di scorta. Tuttavia soggiunge che egli continuerà ad insistere per La Maddalena e che spera ancora di riuscire a convincere gli angloamericani. Gli dice, infine, di attendere ordini prima di far partire da La Spezia la FF.NN. da Battaglia e de Courten dà allora l'ordine all’Amm. Bergamini di passare all'approntamento in 6 ore.

De Courten è convocato al Quirinale per una riunione presieduta dal Re. Il Gen. Ambrosio comunica che l’armistizio è stato firmato il 3 settembre con l'intesa che sarebbe stato comunicato il giorno più conveniente relativamente ai preparativi di carattere operativo da parte italiana e angloamericana.

Radio Algeri alle 18,30 da notizia al mondo dell'armistizio.

Alle 19,45 Badoglio diffonde per radio: «Il Governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al Gen. Eisenhower, Comandante in Capo delle Forze alleate angloamericane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le Forze angloamericane deve cessare da parte delle Forze italiane in ogni luogo. Esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

Secondo le clausole armistiziali le Navi Italiane, adornate di pennelli e cerchi neri in segno di resa, si sarebbero dovute trasferire a Malta in attesa di conoscere il proprio destino. La situazione si era completamente capovolta. Fino a poche ore prima la Flotta Italiana si disponeva ad uscire dal porto per contrastare gli angloamericani. Nemmeno il comandante, Ammiraglio Carlo Bergamini, era stato messo al corrente degli sviluppi della situazione politica. Il segreto più ermetico, per volere del capo di Stato Maggiore generale Vittorio Ambrosio aveva avuto i suoi effetti

L’Amm. Sansonetti impartisce l'ordine alla Flotta di raggiungere i prescritti porti alleati, essendo esclusa la «consegna delle navi e l'abbassamento della bandiera ». E per convincere amici e nemici trasmette l'ordine in chiaro.

Il Gen. Ambrosio assicura d'aver chiesto agli angloamericani che la Flotta per motivi tecnici possa trasferirsi alla Maddalena e che a La Maddalena tutto è pronto per l'ormeggio delle navi.

A bordo delle unità l'animazione ha raggiunto punte pericolose. Bergamini è costretto a dare disposizioni perentorie che nessuno si presenti sulla ROMA senza preventiva autorizzazione. Nessuno solleciti ordini. Al momento opportuno verranno. Alla fine decide di riconvocare ammiragli e comandanti. Sono le 22.

La partenza della Squadra, data per imminente nel corso della giornata, era stata rinviata più volte. La tensione fra gli equipaggi era al massimo. Bergamini riprende in mano la situazione. Agli ammiragli e comandanti delle navi conferma la notizia dell'armistizio e brevemente accenna ai suoi colloqui telefonici con Roma. Esalta il supremo dovere dell'obbedienza, necessario più che mai in quel drammatico frangente.

9 settembre 1943. Diretta alla Maddalena la Squadra partì alle ore 3. Non inalbera i segni neri della resa. Alla stessa ora ha inizio nel golfo di Salerno l'Operazione angloamericana Avalanche.

Escono da La Spezia tre corazzate: la ROMA, con a bordo lo stesso ammiraglio Bergamini, Vittorio Veneto e Littorio (Italia dal 25 luglio 43) con l'ammiraglio Garofolo, seguite da tre incrociatori (Eugenio di Savoia, con l'ammiraglio Oliva; Montecuccoli e Regolo) e da otto cacciatorpediniere (Legionario, Grecale, Oriani, Velite, Mitragliere, Fuciliere, Artigliere e Carabiniere). La Flotta si mantiene a una ventina di chilometri dalle coste occidentali della Corsica, velocità 22 nodi. All'alba la Flotta è avvistata da un ricognitore alleato. Alle 8 della mattina l'amm. Meendsen Bohlken, comandante tedesco a La Spezia, dà l'allarme a Berlino: «La flotta italiana è partita nella notte per consegnarsi al nemico».

A mezzogiorno del 9 la Flotta è in vista delle Bocche di Bonifacio. Le navi avanzano in linea di fila. Bergamini accosta di 90 gradi a sinistra e punta verso La Maddalena. Ma alle 13.40 giunge l'allarme che La Maddalena è stata occupata dai tedeschi. Senza indugi, Bergamini inverte la rotta di 180 gradi.

Alle 14 Bergamini è in vista dell'Asinara. in cielo vengono avvistati ricognitori. All'improvviso da cinquemila metri, gli aerei lanciano poche bombe sulle navi, ma nessuna di esse viene colpita.

Da lstres (Marsiglia) si era levato in volo Terzo Gruppo del 100° stormo, 15 bimotori DO 217 KII Gli apparecchi trasportano ciascuno una bomba del tipo FX-1400. La bomba era stata progettata, nel 1939, dal dott. Kramer e il suo primo nome era stato FritzX. L'FX-1400, che veniva anche indicata come SD1400, consisteva in una bomba da 1400 chili con alta capacità di penetrazione, alla quale erano state aggiunte quattro alette, un motore a razzo e piani di coda. In prossimità di questi ultimi era sistemato il radiocomando. La guida era assicurata dall'aereo che l'aveva lanciata. La bomba, con un carico esplosivo di 300 kg, era lunga m. 3,30.

Alle 15.30 la prima bomba è diretta contro la Littorio (Italia dal 25 luglio 43) e piomba nelle vicinanze della corazzata immobilizzandone temporaneamente il timone; la nave viene governata con gli «ausiliari». Il punto è pressappoco a 14 miglia a SudOvest di capo Testa.

Le bombe razzo costituivano una sorpresa, non soltanto per la stupefacente precisione, ma anche per il fatto che erano sganciate verso il sito 80° anziché 60° come i Comandanti supponevano. Questa nuova tattica ingannò i nostri Comandanti. Superato il sito dei 60° senza nessuno sgancio di bombe si suppose che non esistessero intenzioni ostili. I Comandanti Italiani avevano ordine di rispondere al fuoco e di non attaccare se non attaccati. E questo fu fatale.

Solo dopo una manifestazione di ostilità così evidente da parte dei tedeschi, sulla ROMA fu dato il segnale di «allarme aereo». Le batterie, prima a dritta, poi a sinistra, aprirono un fuoco celerissimo. Ma ormai era troppo tardi! Gli aerei erano sulla verticale delle Navi e in quella posizione erano al sicuro.

Alle 15.45 la ROMA viene colpita sul lato destro. La bomba scoppia in mare dopo aver attraversato tutto lo scafo e la velocità si riduce a 10 nodi.

Alle 15.50 la ROMA viene nuovamente colpita da una seconda bomba. Esplode nei depositi prodieri dei complessi di grosso calibro. La Nave Ammiraglia è ferita a morte. Una colonna di fiamme e fumo si eleva per un migliaio di metri. La torre di grosso calibro n. 2 (1.500 tonnellate) insieme a tutti i suoi occupanti viene proiettata in alto Il torrione di comando si inclina sul lato destro avvolto dalle fiamme. E’ la fine per Bergamini e tutto il suo stato maggiore. La Nave inizia ad inclinarsi sul fianco destro. È uno spettacolo orrendo di morte e distruzione. La maggior parte degli Uomini muoiono bruciati vivi.

Alle 16.12 la ROMA si capovolge. Si spezza in due tronconi e affonda. Si trascina per sempre in fondo al mare due Ammiragli, 86 Ufficiali e 1264 Uomini di equipaggio.

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